Ai bambini più piccoli, al termine della gita, chiediamo di scrivere un messaggio a Salvo e Vita per raccontare cosa hanno imparato e come si sono sentiti. Ai più grandi lasciamo un foglio bianco, libero, in cui poter mettere in parole il proprio vissuto rispetto all’esperienza. Il risultato, in entrambi i casi, è un piccolo tesoro che custodiamo con cura e che ogni tanto sentiamo il bisogno di condividere, perché certe parole meritano di uscire da un cassetto.
Dopo il saluto a Salvo e Vita, segue quasi sempre un elenco entusiasta, spesso con qualche errore di ortografia che ci intenerisce ogni volta: mi sono sentito accolto, visto, ascoltato. Sono stato straordinariamente felice. Mi sono sentito calmo. Ho conosciuto meglio i miei compagni e ho imparato a fidarmi di loro. Mi sono sentito incluso nella squadra. Il tempo è volato.
Il tempo che vola è un pensiero che torna spesso, tra grandi e piccoli. E per chi organizza attività didattiche, sentirselo dire vale più di qualsiasi valutazione formale: è la conferma che in quelle ore è successo qualcosa di vero.
Tra una dichiarazione d’affetto e l’altra, spuntano anche i contenuti e le conoscenze apprese, ed è qui che i bambini ci sorprendono sempre. C’è chi scrive di aver imparato a lavorare in gruppo, a collaborare e a cooperare. Chi ha imparato a conoscere i cartelli stradali e chi invece ha scoperto come è fatta una bicicletta e come si aggiusta. Non manca chi ci racconta di aver capito come ci si comporta in strada o di aver imparato l’importanza del codice della strada guidando le macchinine, muovendosi come pedoni, con tanto di multe distribuite con grande serietà a chi non rispettava le regole.
Alcuni bambini scrivono di aver imparato a rispettare le regole per stare bene insieme, ad ascoltare il punto di vista dei compagni e a rispettare l’ambiente e gli animali. C’è chi ha imparato a riconoscere le proprie emozioni e chi dice di aver scoperto il segreto per essere un buon amico: uno capace di accorgersi di come sta chi ha accanto. E poi le cose più pratiche, quelle che ci fanno sorridere e insieme ci commuovono un po’: ho imparato a non sporcare il territorio, a usare il DAE, a chiamare il 112 e a sapere cosa dire quando qualcuno risponde dall’altra parte del telefono.
In queste parole c’è lo sguardo dei bambini, e per noi quello sguardo viene prima di tutto: i loro pensieri, i loro vissuti, il loro modo di raccontare l’esperienza sono la bussola con cui proviamo, ogni volta, ad avvicinarci un po’ di più al loro linguaggio e al loro modo di vedere il mondo. Ed è proprio per questo che certe frasi ci restano dentro più a lungo di altre: quando un bambino scrive che vorrebbe avere un EduCALand anche nel suo paese, non lo leggiamo come un complimento, ma come un invito a continuare ad ascoltarli con la stessa cura e attenzione.


